L’avvento della civiltà musulmana e i suoi influssi sulle civiltà del Mediterraneo. La musica araba delle origini. La Persia.
The advent of Muslim civilization and its influences on the civilizations of the Mediterranean. The origins of Arabic music. Persian empire.

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La caduta dell’Impero Romano e la continuazione della stabilità commerciale offerta dal Mediterraneo, in rapporto alla nascita dell’Islam; cenni sulla sua cultura.

Agli estremi margini orientali dell’ex-Impero Romano, dove il vecchio limes siriano (un semplice muro che i romani avevano eretto anche in altre parti dell’impero) agiva da simbolica sorveglianza, la tranquillità regnava da anni. Più a Oriente l’Impero Persiano aveva tracciato, come i romani, una linea di guardia sul deserto a sud, nei riguardi di quelle tribù nomadi che vivevano nella Penisola Araba. Solo le carovane che rifornivano l’occidente di prodotti orientali, e provenienti dai porti dello Yemen e dell’Oman, oltrepassavano queste due linee frontaliere che delimitavano il deserto a nord della futura Arabia.
Nel periodo preislamico la vita sociale si era sviluppata in modo stabile nel meridione della Penisola Araba e aveva raggiunto livelli importanti per il commercio con l’Estremo Oriente, tanto che la descrizione del porto di Mokha (dal quale nei primi anni del 1600 si diffuse l’esportazione del caffè in maniera così massiccia che il nome è rimasto come sinonimo legato al caffè in quanto bevanda) pervenutaci intorno al 50-60 d.C. dall’ignoto autore del Periplo del Mare Eritreo dice: “La merce quivi importata consiste in tessuti purpurei, sia pregiati sia grezzi; di abiti alla foggia araba, con le maniche, lisci, comuni, ricamati o intessuti d’oro; di zafferano, giunco dolce, mussole, mantelli, coperte (non molte), alcune semplici, alcune secondo la moda locale; di sciarpe di vario colore e, in quantità più limitata, di unguenti fragranti, vino e grano1.

Arabian peninsula/Penisola Araba

La Penisola Araba (tratto da: Gli Arabi e l’Islam di F.A. Arborio Mella, Mursia 1989)

Dunque quel territorio inospitale che si frapponeva tra il meridione civilizzato della Penisola Araba, non molto lontano dal Mediterraneo, e le più settentrionali propaggini dei due maggiori imperi dell’epoca (Romano e Persiano), veniva considerato, tutto sommato, un luogo privo d’interesse. E benché i mercanti (con i beduini gli unici capaci attraversare indenni il deserto) facessero sopravvivere leggende affascinanti, come quella della Regina di Saba, nessuno lo avrebbe immaginato, di lì a pochi anni, capace di dar vita a un popolo unito da una fede religiosa, paragonabile alle altre religioni monoteiste, tanto forte e importante nei secoli a venire per la cultura di tutto il mondo, come quello musulmano.

Maometto con il genero Ali, la figlia Fatima e i nipoti al-Hasan e al-Husayn

Maometto con il genero Ali, la figlia Fatima e i nipoti al-Hasan e al-Husayn – Parigi, Bibliothéque Nationale

Quando nacque Maometto, Gregorio Magno aveva all’incirca trent’anni; ma la religione islamica fu codificata solo dopo la morte del profeta dell’Islam (già deceduto da una ventina d’anni) intorno alla metà del VII secolo (nel 652 circa è avvenuta la prima stesura del Corano sotto il califfo ‘Othman). Maometto, non ebbe vita facile; anzi, si può affermare che la vera unità religiosa degli arabi venne raggiunta poco prima della sua morte, con un Grande Pellegrinaggio alla Mecca, al quale aderirono ben 80.000 fedeli. Di ritorno da quel pellegrinaggio, Maometto venne colpito da febbri che lo portarono in breve alla morte; questa giunse senza che la sua volontà di conquista, al di là dei confini della penisola, fosse stata messa in pratica. Le sue mire espansionistiche rispondevano a un’esigenza più filosofica e di arcaica mentalità che per effettivi problemi di quotidiana sopravvivenza, pur considerando il fatto che la Penisola Araba non sarebbe stata in grado di mantenere la sussistenza alimentare di un popolo, come quello islamico, in crescita vertiginosa. Esigenza di conquista che affonda le radici proprio nell’inospitalità dei luoghi in cui vivevano le tribù preislamiche, costrette spesso per sopravvivere a razziare le tribù vicine.

Per cominciare a capire la cultura dell’Islam dei secoli successivi e l’influenza che avrà sia sull’Occidente non occupato, sia sulle popolazioni conquistate, bisogna fare qualche cenno sul carattere dei nomadi del deserto o beduini (da badw, deserto); che si differenziano dai sedentari solo per la permanenza più o meno lunga nelle poche zone fertili offerte dalla penisola. La differenza invece si fa più sostanziale in quanto a concetti di vita: i primi considerano l’agricoltura, il commercio e altri mestieri vari, impieghi poco dignitosi; per vivere come insegnano le vecchie tradizioni preislamiche, le uniche prerogative che si addicono a un vero uomo sono: l’allevamento dei cammelli e di qualche cavallo (vero status symbol, costosissimo da allevare per la difficile reperibilità del foraggio), le scorrerie presso le tribù dei vicini e l’assalto alle carovane quando se ne presenti l’occasione (oggi, naturalmente, attività ritenute illecite).
Le loro caratteristiche precipue, oltre alle incredibili doti di resistenza in un ambiente in cui tutto sembra morto, sono il rifiuto di ogni novità e l’orgoglioso individualismo. Anzi, il beduino considera sé stesso come l’essere più perfetto del Creato, il deserto il paese più nobile del mondo e l’uomo inurbato e conquiso dalla modernità un povero infelice e degenere. 2.

Con questo smisurato concetto del proprio io dev’essere stato difficile per Maometto convincere quelle tribù ad aderire a una religione che, in un certo senso, uniformasse i culti preistorici e che rendesse ogni individuo il tassello di un disegno, sebbene divino. E immaginiamoci pure come quei conquistatori islamici si misurassero con i soldati dell’occidente di allora e, una volta conquistati i territori, come si sarebbero comportati nei confronti delle popolazioni autoctone. La conquista araba (…) è senza precedenti; la rapidità dei suoi successi non si può paragonare che a quella con cui si costituirono gli imperi mongoli di un Attila o, più tardi, di un Gengis Khan o di un Tamerlano. Ma questi furono così effimeri come la conquista dell’Islam fu durevole (…) e mantiene ancora oggi i suoi fedeli quasi dappertutto dove si è imposta sotto i primi califfi. Ha del miracoloso la sua fulminea diffusione se paragonata al lento progresso del Cristianesimo 3.

L’estensione dell’impero islamico alla morte del Profeta (632) e alla caduta degli Omayyadi (750).
Tratta da U. Haarmann, H. Halm, M. Gronke (a cura di), Geschichte der arabischen Welt
, München, C. H. Beck, 2001

Espansione islamica alla morte di Maometto
Ed era proprio questo, che stupiva gli occidentali, quella incrollabile superiorità che sprizzava da ogni poro di quegli uomini. Scarni e fieri come l’habitat dal quale provenivano (le cui condizioni climatiche sono pressoché identiche da diverse migliaia di anni) non si dimostrarono né mai inutilmente crudeli nei confronti delle popolazioni sottomesse (le scorrerie avevano altri intenti e non saranno mai perpetrate sui territori conquistati) e né fanatici, contrariamente a oggi, ma anzi assimileranno con impressionante rapidità ciò che avrebbero ritenuto utile, sempre e soltanto nel nome di Allah. Il grande problema che si pone a questo punto è di sapere perché gli Arabi non furono assorbiti come loro dalle popolazioni dei paesi di civiltà superiore, dei quali si impadronirono. (…) la risposta è di ordine morale. Mentre i Germani non ebbero niente da opporre al Cristianesimo dell’impero, gli Arabi erano esaltati da una fede nuova.4

Ecco dunque la novità; ecco cosa ha determinato la differenza tra barbari e musulmani: la forza morale dettata da un movimento religioso che sposava alla perfezione i concetti della tradizione preislamica, aggiungendovi una rettitudine e un eroismo, legati alla vita quotidiana, che nessun’altra religione monoteista era riuscita ad affermare sui propri credenti. A conquista fatta non domandano di meglio che prendere come bottino la scienza e l’arte degli infedeli (…) Per governare le terre conquistate non possono più fondarsi sulle loro istituzioni tribali, allo stesso modo dei Germani che non potettero imporre le proprie all’Impero Romano. La differenza è che dappertutto dove essi sono, dominano. (…) presso i Germani il vincitore andrà al vinto spontaneamente. Presso gli Arabi è il vinto che andrà al vincitore, servendo come lui Allah. 5

E’ chiaro che nei territori conquistati tutto o quasi verrà cambiato; ma la molta tolleranza farà coesistere fino all’alto Medio Evo, all’interno delle popolazioni musulmane, comunità copte, nestoriane e soprattutto ebraiche; queste vivranno in maniera naturale e tranquilla se pure in un ambiente ormai trasformato; e saranno il tratto di unione tra la civiltà musulmana e quella cristiana. Sia in Persia che nell’Impero Bizantino, l’amministrazione civile aveva raggiunto un alto grado di organizzazione. I membri delle tribù arabe, al principio, non capirono e accettarono per forza i servigi degli esperti che trovarono già in carica. Questi ultimi, per la maggior parte, non mostrarono alcuna riluttanza a servire i nuovi padroni. Invero il cambiamento rendeva più facile il loro lavoro, dato che la tassazione era considerevolmente alleggerita. Anche le popolazioni, per sfuggire al tributo, abbandonarono in numero rilevante il Cristianesimo per l’Islam. 6

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Stefano Cavallini author